Ancora sull’Iran

giugno 11, 2009

Dal Foglio di oggi

Non si vota davvero in Iran
Il risultato elettorale di Teheran non si giocherà domani nelle urne: è stato stabilito nelle lotte intestine che già si sono chiuse dentro la gerarchia iraniana. Non si può attribuire, come invece avviene, la parvenza di democraticità a un meccanismo elettorale privo di ogni elementare garanzia di controllo, nei seggi, negli uffici elettorali e ancor meno al ministero dell’Interno, che ha già predisposto tutti gli strumenti per la manipolazione dell’esito elettorale.

Le elezioni in Iran s’inseriscono in un quadro istituzionale per nulla democratico, ma rivoluzionario: servono alla dirigenza e alle sue componenti interne a verificare quali siano le posizioni prevalenti “dentro il Partito di Dio” (chi ne è fuori non ha diritto né di voto né di pensiero) e a piegarle poi – questo è il punto dirimente – ai rapporti di forza del vertice, gli unici reali, gli unici che contino. Arbitro di questo gioco elettorale a piramide rovesciata (di ispirazione neoplatonica, e non è una battuta) è la guida suprema Khamenei, che ha dato segnali positivi – ma tiepidi – nei confronti di Ahmadinejad. La vittoria al primo turno o il ballottaggio saranno gli elementi di discussione post voto. La scala dei risultati attribuiti ai diversi candidati darà il segno dei rapporti di forza nella dirigenza: tanto al blocco militarfondamentalista di Ahmadinejad, tanto a quello militare puro dell’ex pasdaran Rezai, tanto ai “riformisti” di Karroubi (unico candidato con il turbante) e tanto all’ex premier delle purghe staliniane Moussavi, inserito tra le fila dei “riformisti”

Il fattore O di Tatiana Boutourline

Roma. Alla vigilia delle presidenziali iraniane cresce la speranza che, dopo Beirut, l’effetto Obama lambisca anche Teheran. Leggere il contenimento di Hezbollah in Libano come una conseguenza diretta del discorso del presidente americano al Cairo è una forzatura, ma il suo stile sta cambiando un clima e muovendo delle aspettative. Dove condurranno queste attese nel quadro dei rapporti tra l’America e la dirigenza iraniana è il quesito geopolitico del momento e tutte le risposte sono ancora possibili. Nonostante l’offerta di negoziati senza condizioni preliminari, gli auguri di Obama per il Nowruz, il riconoscimento delle responsabilità della Cia nel rovesciamento di Mossadegh e, da ultimo, l’apertura delle ambasciate americane ai diplomatici iraniani per i festeggiamenti del 4 di luglio, Teheran si trincera dietro il silenzio o piuttosto una cacofonia di voci, utili a confondere i giochi. Sull’inerzia iraniana pesano la sospensione preelettorale e i dubbi dell’ayatollah Ali Khamenei sulla diplomazia empatica di Obama. In un’audizione al Congresso, il segretario di stato Hillary Clinton ha chiarito che l’offerta di dialogo non è un assegno in bianco e che il percorso negoziale ha il merito di rafforzare il “soft power” statunitense e la “moral suasion” nei confronti degli stati più riottosi a misure dure nei confronti di Teheran. Insomma, la mano di Obama non resterà tesa a tempo indeterminato e dietro la sua oratoria potrebbero sempre nascondersi nuove sanzioni. Eppure, nonostante le incognite, in Iran è già ascrivibile un effetto domino al nuovo inquilino della Casa Bianca. Obama ha spinto l’ayatollah Khamenei a prendere almeno in considerazione l’ipotesi di scaricare Ahmadinejad e ripiegare verso una presidenza meno aggressiva. Il candidato Mir Hossein Moussavi non è un riformatore e men che meno un democratico, ma il solo fatto che venga annoverato come una colomba e presentato alla stampa occidentale come un novello Khatami è la manifestazione più evidente del dilemma strategico in cui si arrovella la leadership iraniana. Un’altra conseguenza del travaso della retorica obamiana è che tutti e quattro i candidati – Mahmoud Ahmadinejad, Mir Hossein Moussavi, Mehdi Karrubi e Mohsen Rezai – si professano alfieri del “cambiamento”: c’è chi punta l’accento sulla lotta alla corruzione (Ahmadinejad), chi promette di salvare l’economia e restaurare l’onore della nazione iraniana dinnanzi alla comunità internazionale (Moussavi, Rezai e Karroubi), chi invoca più rispetto per i diritti civili (Karroubi), chi promette di limitare i poteri della polizia morale (Moussavi). Il tema delle relazioni con Washington è al centro del dibattito e nessuno dei quattro rifiuta a priori l’ipotesi di negoziati. Bandierine verde-speranza Appoggiato da settori del corpo dei Sepah- epasdaran ostili al dialogo, in un’eventuale trattativa Ahmadinejad – che ancora ieri diceva che i suoi avversari sono come i nazisti – rischia di far saltare il banco con richieste troppo ambiziose. Per condurre a buon fine il traghettamento fuori dall’alveo degli stati canaglia, poteri forti all’interno dell’establishment rivoluzionario stanno risollevando le sorti della pallida candidatura di Moussavi. Si tratta di eminenze grigie come Hashemi Rafsanjani, Nateq Nouri, Mohammed Khatami, i fratelli Larijani, Ali Akbar Velayati e nuove leve come il sindaco di Teheran Mohammed Bagher Ghalibaf. Mentre corre voce che i pretoriani di Ahmadinejad siano intervenuti per far stampare 59 milioni e 600 mila schede elettorali, contro i 57 milioni di schede necessarie, sollevando corposi sospetti sul loro utilizzo, la coalizione anti Ahmadinejad lo denuncia al Consiglio dei Guardiani e cerca di muovere le proprie pedine all’interno dell’intelligence. “Non possiamo gestire l’Iran come la Corea del nord – sottolinea il giornalista Said Leilaz – L’Iran non può compensare la sua mancanza di potere economico con tecnologia nucleare, missili e minacce per interposta persona al Libano e in Israele”. E’ l’annosa diatriba che anima le élite iraniane: modello cinese (finora osteggiato da Khamenei) o rivoluzione permanente, ma l’insistenza all’engagement di Obama spinge a riposizionamenti. I falchi iraniani sono divisi e non è un segreto che la candidatura di Rezai sia servita a lanciare un monito al presidente in carica. Se Ahmadinejad vincerà, dovrà tenere conto delle pressioni dei tecnocrati e del baazar ostile alla retorica dello scontro. Dovrà ascoltare di più Khamenei e c’è chi prevede una presidenza dimezzata. E mentre le cancellerie si attardano nel sogno di un rinnovamento targato Moussavi, la vigilia elettorale regala alle strade di Teheran l’effimera libertà di agitare bandierine verdesperanza anti Ahmadinejad.

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